FRANCESCO BACCINI: L'INTERVISTA
Home > APRO IL GIORNALE E... > FRANCESCO BACCINI: L'INTERVISTA
FRANCESCO BACCINI: L'INTERVISTA
Baccini, a cosa si ricollega questa sua partecipazione ad una serata che si colloca nell’ambito della Giornata Mondiale per la lotta all’Aids?
Probabilmente al fatto che fui il primo cantautore in Italia, nel 1990, ad affrontare questo argomento senza troppi indugi, creando sicuramente un po’ di sconcerto in alcuni ambienti. Si fatica ancora oggi a parlare di Aids, immaginiamo 18 anni fa...
Un argomento di rilevanza sociale che dovrebbe comunque essere nelle corde di un cantautore...
Credo appartenga al nostro ruolo. Una canzone non può cambiare le sorti del mondo, ma certamente può aiutare a far pensare.
Eppure, non ha la sensazione che da qualche tempo anche la canzone d’autore sia afflitta da una inquietante carenza di idee?
E’ da almeno quindici anni che al cantautore non viene più richiesta l’originalità. Siamo circondati da cloni. E le radio in questa vicenda hanno una pesante responsabilità. Se voglio sperare di diventare famoso devo fare un certo tipo di musica e non devo rompere le scatole. Oggi uno come De Andrè non passerebbe da nessuna parte.
Ma non erano radio libere?
Le ex radio libere oggi si chiamano network, hanno una programmazione di 24 ore ed una playlist con una trentina di brani. E’ come se nell’arco della stessa giornata ascoltassi un cd per decine di volte. E’ appena ovvio che l’ingresso in quella playlist ha un prezzo. Viviamo in una sorta di dittatura mediatica.
Esiste però tutta l’area della musica indipendente...
L’area indipendente è un’accolita di pochi sfigati, quasi tutti di nicchia. Ma con le nicchie non cambi il mondo. Io vengo artisticamente da un’epoca in cui i prodotti difficili, che non si chiamavano ancora di nicchia, li andavamo a cercare, Ma erano cose belle. Voleva dire spegnere la tv per andare allo stadio ad ascoltare De Gregori. Aveva un senso...
Che ne pensa di un fenomeno come quello di Giusy Ferreri?
Non penso. O meglio, penso sia un prodotto messo sul mercato al pari di tanti altri prodotti, adeguatamente pubblicizzati. Non c’è, in quel genere di cose, alcuna valutazione artistica. Accade ormai da due decenni. Gli ultimi due decenni, nella musica ma non solo nella musica, non hanno lasciato traccia. Il nostro Paese ha dato il meglio di sè tra gli anni Cinquanta e gli Ottanta. Poi è cominciato il letargo.
E i giovani?
I giovani sono le vittime di genitori che li fanno crescere con la convinzione di poter essere ragazzi sino a 40 anni. Salvo poi scoprire che a 50, per il mercato del lavoro, sono già vecchi. Un’ottima formula per non farli mai contare nulla.
Dagli Stati Uniti giunge notizia che la musica “scaricata” da internet avrebbe ormai doppiato le vendite dei cd. Che prospettive si aprono?
Personalmente sono convinto che nel volgere di qualche anno non si faranno più neppure i cd. Siamo nel mezzo di una rivoluzione epocale che ci sta superando. Già il passaggio dal vinile al cd era stato per alcuni aspetti traumatico. Ora stiamo per passare dal cd al nulla. Noi viviamo sempre più grazie ai concerti. Ma ciò vale per artisti che abbiano un percorso, quelli che il pubblico può avere piacere di ritrovare in una dimensione live. Ma oggi non si investe più sull’artista, ma solo su prodotto. Quindi chi ha una ventata di successo, ha molte probabilità di uscire di scena nel volgere di qualche mese, quando gli effetti del prodotto-canzone si esauriscono.
E’ un fenomeno solo italiano?
Indubbiamente in Italia è molto accentuato. All’estero le cose vanno diversamente, nessuno ha avuto lo sdoganamento del dilettantismo che abbiamo avuto nel nostro Paese dopo il ‘68. In tutti i campi. Qui se uno va in televisione e fa audience, immediatamente scrive un libro, canta una canzone e compare in un film. Senza essere nè scrittore, nè cantante, nè attore. La televisione è un tritatutto e conta solo l’audience. E quel che è peggio, non c’è nessuno che possa dire ad un incapace che è...un incapace.
Non è un po’ troppo pessimista?
In un Paese che dal 1993 ad oggi non ha saputo produrre una sola faccia nuova tra i politici, in un Paese fatto di caste ed intrallazzi, credo proprio di no. L’Europa dovrebbe commissariarci. Formare un governo per l’Italia fatto da olandesi, belgi, tedeschi, spagnoli che guardano avanti. Mentre noi siamo ancora qui a rimpiangere il dopoguerra, l’unico periodo in cui gli italiani hanno saputo davvero mettere in campo gli attributi.
Intervista pubblicata su "il Biellese" del 2 dicembre 2008
Probabilmente al fatto che fui il primo cantautore in Italia, nel 1990, ad affrontare questo argomento senza troppi indugi, creando sicuramente un po’ di sconcerto in alcuni ambienti. Si fatica ancora oggi a parlare di Aids, immaginiamo 18 anni fa...
Un argomento di rilevanza sociale che dovrebbe comunque essere nelle corde di un cantautore...
Credo appartenga al nostro ruolo. Una canzone non può cambiare le sorti del mondo, ma certamente può aiutare a far pensare.
Eppure, non ha la sensazione che da qualche tempo anche la canzone d’autore sia afflitta da una inquietante carenza di idee?
E’ da almeno quindici anni che al cantautore non viene più richiesta l’originalità. Siamo circondati da cloni. E le radio in questa vicenda hanno una pesante responsabilità. Se voglio sperare di diventare famoso devo fare un certo tipo di musica e non devo rompere le scatole. Oggi uno come De Andrè non passerebbe da nessuna parte.
Ma non erano radio libere?
Le ex radio libere oggi si chiamano network, hanno una programmazione di 24 ore ed una playlist con una trentina di brani. E’ come se nell’arco della stessa giornata ascoltassi un cd per decine di volte. E’ appena ovvio che l’ingresso in quella playlist ha un prezzo. Viviamo in una sorta di dittatura mediatica.
Esiste però tutta l’area della musica indipendente...
L’area indipendente è un’accolita di pochi sfigati, quasi tutti di nicchia. Ma con le nicchie non cambi il mondo. Io vengo artisticamente da un’epoca in cui i prodotti difficili, che non si chiamavano ancora di nicchia, li andavamo a cercare, Ma erano cose belle. Voleva dire spegnere la tv per andare allo stadio ad ascoltare De Gregori. Aveva un senso...
Che ne pensa di un fenomeno come quello di Giusy Ferreri?
Non penso. O meglio, penso sia un prodotto messo sul mercato al pari di tanti altri prodotti, adeguatamente pubblicizzati. Non c’è, in quel genere di cose, alcuna valutazione artistica. Accade ormai da due decenni. Gli ultimi due decenni, nella musica ma non solo nella musica, non hanno lasciato traccia. Il nostro Paese ha dato il meglio di sè tra gli anni Cinquanta e gli Ottanta. Poi è cominciato il letargo.
E i giovani?
I giovani sono le vittime di genitori che li fanno crescere con la convinzione di poter essere ragazzi sino a 40 anni. Salvo poi scoprire che a 50, per il mercato del lavoro, sono già vecchi. Un’ottima formula per non farli mai contare nulla.
Dagli Stati Uniti giunge notizia che la musica “scaricata” da internet avrebbe ormai doppiato le vendite dei cd. Che prospettive si aprono?
Personalmente sono convinto che nel volgere di qualche anno non si faranno più neppure i cd. Siamo nel mezzo di una rivoluzione epocale che ci sta superando. Già il passaggio dal vinile al cd era stato per alcuni aspetti traumatico. Ora stiamo per passare dal cd al nulla. Noi viviamo sempre più grazie ai concerti. Ma ciò vale per artisti che abbiano un percorso, quelli che il pubblico può avere piacere di ritrovare in una dimensione live. Ma oggi non si investe più sull’artista, ma solo su prodotto. Quindi chi ha una ventata di successo, ha molte probabilità di uscire di scena nel volgere di qualche mese, quando gli effetti del prodotto-canzone si esauriscono.
E’ un fenomeno solo italiano?
Indubbiamente in Italia è molto accentuato. All’estero le cose vanno diversamente, nessuno ha avuto lo sdoganamento del dilettantismo che abbiamo avuto nel nostro Paese dopo il ‘68. In tutti i campi. Qui se uno va in televisione e fa audience, immediatamente scrive un libro, canta una canzone e compare in un film. Senza essere nè scrittore, nè cantante, nè attore. La televisione è un tritatutto e conta solo l’audience. E quel che è peggio, non c’è nessuno che possa dire ad un incapace che è...un incapace.
Non è un po’ troppo pessimista?
In un Paese che dal 1993 ad oggi non ha saputo produrre una sola faccia nuova tra i politici, in un Paese fatto di caste ed intrallazzi, credo proprio di no. L’Europa dovrebbe commissariarci. Formare un governo per l’Italia fatto da olandesi, belgi, tedeschi, spagnoli che guardano avanti. Mentre noi siamo ancora qui a rimpiangere il dopoguerra, l’unico periodo in cui gli italiani hanno saputo davvero mettere in campo gli attributi.
Intervista pubblicata su "il Biellese" del 2 dicembre 2008
![]() |

Richiedi informazioni